Coworking, il futuro è creativo

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Il nuovo trend è il Coworking, lavorare in uno spazio condiviso, ma solo se la professionalità è la stessa. E ha a che fare con la cultura!

Sappiamo bene quanto il Lavoro da casa, possa generare alienazione nei confronti del lavoro e della società; dovuta a giornate intere passate senza mai togliersi il pigiama o la scarsa interazione sociale. E in fondo, in un mondo dove l’«Uberizzazione» è in ascesa, dove il lavoro è sempre più in proprio (si stima che negli Stati Uniti ci siano oltre 50 milioni di freelance e in in Italia, secondo i dati Eurostat 2015, i «lavoratori autonomi e senza dipendenti» sono 3,6 milioni), la qualità della vita di chi non è costretto ad andare in ufficio ogni giorno diventa un nodo cruciale.

Il futuro passa da lì.

È senz’altro anche perché non si può lavorare sempre a casa se il coworking sta diventando un fenomeno sempre più diffuso: perché isolarsi quando si possono ricreare le dinamiche positive dell’ufficio evitando quelle negative? E infatti secondo l’organizzazione Small Business Labs, le persone che affittano una scrivania per lavorare in gruppo cresceranno a breve in tutto il mondo, da poco meno di un milione nel 2016 a quasi quattro nel 2020. Una previsione simile la fa anche il Global Working Survey 2017 di Deskmag, che stima come gli spazi coworking mondiali diventeranno 13.800 entro la fine di quest’anno. Non male, per un fenomeno relativamente giovane: in fondo, ha poco più di una decina d’anni.

Se è vero che di coworking si parla comunque da un po’ di tempo (solo Milano ne conta 54 certificati, senza contare gli altri «liberi»), la prospettiva da tenere sott’occhio è la specializzazione. Non più semplici spazi dove sconosciuti lavorano gomito a gomito eppure in maniera indipendente, ma vere e proprie «reti» a tema, divise per professioni. E, soprattutto, con qualcosa in più da offrire rispetto alle solite scrivanie, connessioni Internet e stampanti. Inutile dirlo, tra i coworking che vanno per la maggiore ci sono quelli destinati ai lavori creativi: è proprio lì, infatti, che l’«Uberizzazione» è più diffusa, e questo succede a livello globale. Due esempi che vedranno la luce a breve: a New York, The Artist Co-op lancerà nel quartiere di Hell’s Kitchen uno spazio per soli performer con annessa sala prove, mentre a Barcellona, nell’ex quartiere industriale del Poblenou, lo studio Appareil ne ha creato uno per designer e architetti – e, ovviamente, l’intero arredamento è su misura, con tavoli inclinati per disegnare e progettare.

Fonte: vanityfair

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