Le problematiche dello Smart Working da casa

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Dalla condivisione forzata degli spazi all’eccessiva sedentarietà: ecco le problematiche comuni tra coloro che lavorano da remoto

I dati di una ricerca recente effettuata dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ci rivelano che sarebbero oltre 6,5 milioni i lavoratori italiani che hanno avuto modo di approcciarsi al lavoro agile durante l’emergenza sanitaria: una cifra dieci volte superiore rispetto lo scorso anno – 570 mila dipendenti. Tuttavia, le previsioni ci dicono che gran parte di questi – circa 5,3 milioni – continueranno a svolgere le loro mansioni a distanza anche al termine dell’emergenza.

E sebbene per molti lo smart working possa rappresentare una modalità comoda e innovativa per portare avanti il proprio lavoro senza recarsi in ufficio, per tanti altri questa soluzione nasconderebbe una serie di insidie e scomodità. Vediamo i 5 motivi principali che rendono la casa il peggior luogo di lavoro.

«Prima delle nuove restrizioni, lavorare in un bar o in un coworking era un’alternativa molto apprezzata dagli smartworker perché rappresentava una soluzione a molti dei problemi legati al lavoro da casa: permette di avere un proprio spazio, di entrare in contatto con altri professionisti diversi da quelli della propria cerchia abituale ma anche di attivare nuove routine, tutelando la separazione degli ambienti casa e lavoro». Alcuni utenti, infatti, raggiungono spesso le seconde case per lavorare. Ove possibile, chi non ha la seconda casa sceglie di passare qualche giorno o qualche settimana offsite, non necessariamente in luoghi di villeggiatura ma anche in zone vicine che però abbiano un terrazzo o la comodità dei servizi. Altri ancora, anche in questo periodo, pur di non restare a casa stanno prenotando tramite la nostra app postazioni di lavoro negli alberghi».

Dal sondaggio, infatti, emerge che 3 italiani su 10 soffrono la solitudine che si vive lavorando tra le mura domestiche e una cifra lievemente inferiore – il 28% – sostiene di dover fronteggiare con difficoltà la condivisione degli spazi domestici con il partner in smart working, i figli impegnati con la didattica a distanza e gli animali domestici. Tra le altre problematiche, il 20% sostiene che il lavoro da remoto faccia perdere il work-life balance poiché fonde inevitabilmente l’ambiente professionale con quello privato, facendoci addirittura consumare i pasti mentre siamo al computer o in call con i colleghi. D’altra parte, invece, c’è chi – il 12% del campione – sostiene che il lavoro agile faccia incrementare alcuni costi del nucleo familiare che non ci sarebbero se si lavorasse direttamente in ufficio o in co-working e infine, solo il 10%, lamenta l’impossibilità di “sgranchirsi le gambe” e quindi uno stile di vita eccessivamente sedentario.

Ma cosa si potrebbe fare per ovviare questi problemi? «Sicuramente è importante darsi una routine, concedersi delle pause frequenti (meglio se uscendo da casa per fare una breve passeggiata, ove consentito) e garantirsi dei momenti di socialità seppur virtuale. Le pause caffè sono momenti che aiutano la creatività e lo scambio di idee. Riuscire a riprodurli anche da casa può evitare la sensazione di “alienazione” a chi lavora in casa da solo», «L’idea in più? Tenere una stanza da utilizzare esclusivamente per le attività extra lavorative che ogni membro della famiglia può prenotare per fare attività fisica, ascoltare musica o per qualsiasi hobby personale».

Fonte: Vanityfair